La supplica per la retta via
اهْدِنَا الصِّرَاطَ الْمُسْتَقِيمَ، صِرَاطَ الَّذِينَ أَنْعَمْتَ عَلَيْهِمْ، غَيْرِ الْمَغْضُوبِ عَلَيْهِمْ، وَلَا الضَّالِّينَ.
اهْدِنَا الصِّرَاطَ الْمُسْتَقِيمَ صِرَاطَ الَّذِينَ أَنْعَمْتَ عَلَيْهِمْ غَيْرِ الْمَغْضُوبِ عَلَيْهِمْ وَلَا الضَّالِّينَ
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Guidaci sulla retta via , la via di coloro che hai colmato di grazia , non di coloro che [sono incorsi] nella [Tua] ira , né degli sviati . Nella recitazione liturgica si aggiunge: «Amin».
Forma: imperativo con valore di umile richiesta. È la supplica principale e più frequentemente ripetuta nell’Islam. Riunisce la richiesta di essere guidati alla verità e quella di ricevere il successo nel seguirla.
Tafsīr dello sceicco ʿAbd al-Raḥmān al-Saʿdī
Poi l’Altissimo ha detto: «Guidaci sulla retta via», cioè: indicacela, guidaci e concedici il successo nel percorrerla. Essa è la via chiara che conduce a Dio e al Suo Paradiso: consiste nel conoscere la verità e metterla in pratica. Guidaci dunque verso la via e guidaci lungo di essa. Essere guidati verso la via significa attenersi alla religione dell’Islam e abbandonare tutte le altre religioni; essere guidati lungo la via comprende invece la guida in ogni dettaglio della religione, nella conoscenza e nelle opere.
Questa supplica è fra le più complete e utili per il servo; perciò è doveroso che l’uomo la rivolga a Dio in ogni rakʿa della preghiera, tanto ne ha bisogno.
Questa retta via è «la via di coloro che hai colmato di grazia»: i profeti, i veritieri, i martiri e i virtuosi. Non la via di coloro che sono incorsi nell’ira: quelli che hanno conosciuto la verità e l’hanno abbandonata, come gli ebrei e quanti sono simili a loro; e non la via degli sviati, che hanno abbandonato la verità per ignoranza e traviamento, come i cristiani e quanti sono simili a loro.
Questa sura, nonostante la sua brevità, contiene ciò che non è contenuto in nessun’altra sura del Corano. Comprende le tre forme di tawḥīd: l’unicità della Signoria, desunta dalle parole «Signore dei mondi»; l’unicità della divinità, cioè riservare a Dio solo il culto, desunta dal nome «Allah» e dalle parole «Te solo adoriamo»; e l’unicità dei nomi e degli attributi, cioè affermare per Dio, l’Altissimo, gli attributi della perfezione che Egli ha affermato di Sé e che il Suo Messaggero ha affermato per Lui, senza negarli, assimilarli né paragonarli ad altri. A ciò rimanda la parola «lode», come si è già detto.
La sura afferma inoltre la profezia con le parole «Guidaci sulla retta via», poiché ciò sarebbe impossibile senza la missione profetica; e afferma la ricompensa delle opere con le parole «Padrone del Giorno del Giudizio», e che la ricompensa avviene con giustizia, poiché il termine dīn significa ricompensa giusta. Comprende anche l’affermazione del decreto divino e che il servo agisce realmente, contrariamente a quanto sostengono i qadariyya e i jabriyya.
Anzi, le parole «Guidaci sulla retta via» confutano tutti gli innovatori, poiché la retta via consiste nel conoscere la verità e metterla in pratica, mentre ogni innovatore si oppone a ciò. La sura comprende inoltre la sincerità della religione verso Dio, nell’adorazione e nella richiesta d’aiuto, nelle parole «Te solo adoriamo e a Te solo chiediamo aiuto». La lode appartiene a Dio, Signore dei mondi. E il traviamento: traviato.
Tafsīr dell’imām Ibn Kathīr
«Guidaci sulla retta via». La maggior parte dei recitatori legge con la lettera ṣād. È stata tramandata anche la lettura «as-sirāṭ» e quella con zāy. Al-Farrāʾ disse: «È una parlata delle tribù di ʿUdhra, Balqayn e Banū Kalb».
Dopo aver pronunciato la lode a Colui al quale si rivolge la richiesta, glorioso ed elevato Egli sia, era opportuno che la supplica fosse introdotta dalla richiesta, come nel detto divino: «Una metà è per Me e una metà per il Mio servo, e al Mio servo spetta ciò che chiede». Questo è il modo più compiuto di rivolgersi a chi si interpella: lodarlo prima di chiedere ciò di cui si ha bisogno, poiché così è più probabile ottenere quanto si chiede e ricevere risposta. Per questo Dio, l’Altissimo, ha indicato tale modo, che è il più perfetto.
Talvolta la richiesta è espressa riferendo la propria condizione e il proprio bisogno, come disse Mosè, pace su di lui: «Signore, ho davvero bisogno di qualsiasi bene Tu faccia scendere su di me» (Corano 28:24). A ciò può aggiungersi la descrizione di Colui al quale ci si rivolge, come nella supplica di Dhū al-Nūn: «Non vi è divinità all’infuori di Te. Gloria a Te! In verità sono stato tra gli ingiusti» (Corano 21:87).
Altre volte si loda soltanto Colui al quale ci si rivolge, come nei versi del poeta: «Dovrei esporre il mio bisogno, o mi basta il tuo pudore, poiché il pudore è una tua qualità? Quando un uomo ti loda, gli basta la lode che ti rivolge».
Qui la guida significa indicazione e successo concesso da Dio. Il verbo «guidare» può reggere direttamente il complemento, come in «Guidaci sulla retta via», assumendo così il senso di ispiraci, concedici il successo, donaci o concedici. E «Gli abbiamo indicato le due vie» (Corano 90:10), cioè gli abbiamo mostrato il bene e il male. Può reggere la preposizione «verso», come nelle parole dell’Altissimo: «Lo scelse e lo guidò verso una retta via» (Corano 16:121), e «Conduceteli alla via dell’Inferno» (Corano 37:23): qui significa indicare e mostrare.
Allo stesso modo, l’Altissimo dice: «In verità tu guidi verso una retta via» (Corano 42:52). Può inoltre reggere la preposizione li-, come dicono gli abitanti del Paradiso: «Lode a Dio, che ci ha guidati a questo» (Corano 7:43), cioè ci ha concesso il successo e ci ha resi degni di questo.
Quanto alla retta via, l’imām Abū Jaʿfar ibn Jarīr disse: «Gli esegeti sono tutti concordi sul fatto che la retta via sia il sentiero chiaro, privo di deviazioni. È così anche nella lingua di tutti gli arabi». A questo proposito citò i versi di Jarīr ibn ʿAṭiyya al-Khaṭafī: «Il Comandante dei credenti è su una via retta, quando le sorgenti si fanno tortuose». Disse inoltre: «Gli esempi a sostegno di ciò sono troppo numerosi per essere enumerati».
Poi gli arabi usano metaforicamente la parola ṣirāṭ per ogni detto o azione descritti come retti o tortuosi: chiamano retto ciò che è diritto e tortuoso ciò che devia.
Gli esegeti delle prime e delle successive generazioni hanno dato interpretazioni diverse della retta via, ma tutte riconducono a un unico significato: seguire Dio e il Suo Messaggero. È stato detto che essa è il Libro di Dio. Ibn Abī Ḥātim riferì: «Al-Ḥasan ibn ʿArafa ci ha raccontato: Yaḥyā ibn Yamān mi ha raccontato, da Ḥamza al-Zayyāt, da Saʿd, cioè Abū al-Mukhtār al-Ṭāʾī, dal nipote di al-Ḥārith al-Aʿwar, da al-Ḥārith al-Aʿwar, da ʿAlī ibn Abī Ṭālib, che Dio sia soddisfatto di lui, il quale disse: il Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, disse: “La retta via è il Libro di Dio”».
Ibn Jarīr riferì una tradizione analoga da Ḥamza ibn Ḥabīb al-Zayyāt. Aḥmad e al-Tirmidhī la riferirono anche, da al-Ḥārith al-Aʿwar, da ʿAlī, attribuendola al Profeta: «È la solida corda di Dio, il Ricordo sapiente ed è la retta via». È stata tramandata anche come detto di ʿAlī, e questa forma sembra più probabile, e Dio ne sa di più.
Al-Thawrī riferì da Manṣūr, da Abū Wāʾil, da ʿAbd Allāh: «La retta via è il Libro di Dio». È stato detto anche che è l’Islam. Al-Ḍaḥḥāk riferì da Ibn ʿAbbās che Gabriele disse a Muḥammad, pace su entrambi: «Di’: “O Muḥammad, guidaci sulla retta via”», cioè: «Guidaci sulla via che guida, la religione di Dio, nella quale non vi è alcuna deviazione». Maymūn ibn Mihrān riferì da Ibn ʿAbbās, a proposito delle parole «Guidaci sulla retta via»: «È l’Islam».
Ismāʿīl ibn ʿAbd al-Raḥmān al-Suddī al-Kabīr riferì da Abū Mālik e Abū Ṣāliḥ, da Ibn ʿAbbās, e da Murra al-Hamdānī, da Ibn Masʿūd, e da alcuni Compagni del Profeta, che Dio lo benedica e gli conceda la pace: «Guidaci sulla retta via» significa «l’Islam». ʿAbd Allāh ibn Muḥammad ibn ʿAqīl riferì da Jābir: «Guidaci sulla retta via» significa «l’Islam», ed è più vasto di quanto vi sia tra il cielo e la terra. Ibn al-Ḥanafiyya disse che è la religione di Dio, l’unica che Egli accetta dai Suoi servi. ʿAbd al-Raḥmān ibn Zayd ibn Aslam disse che è l’Islam.
A questo proposito, nel Musnad, l’imām Aḥmad riferì: «Al-Ḥasan ibn Sawwār Abū al-ʿAlāʾ ci ha raccontato; Layth, cioè ibn Saʿd, ci ha raccontato, da Muʿāwiya ibn Ṣāliḥ, che ʿAbd al-Raḥmān ibn Jubayr ibn Nufayr gli riferì, da suo padre, da al-Nawwās ibn Simʿān, dal Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, il quale disse: “Dio ha proposto la similitudine di una retta via. Ai due lati della via vi sono due mura, nelle quali si aprono porte; sulle porte vi sono tende abbassate. All’ingresso della via c’è un richiamante che dice: ‘O gente, entrate tutti sulla via e non deviate’.
E un altro richiamante chiama dall’alto della via. Quando un uomo vuole aprire una di quelle porte, gli dice: ‘Guai a te, non aprirla: se la apri, vi entrerai’. La via è l’Islam; le due mura sono i limiti stabiliti da Dio; le porte aperte sono le cose che Egli ha proibito; il richiamante all’ingresso della via è il Libro di Dio e il richiamante dall’alto della via è l’ammonitore di Dio nel cuore di ogni musulmano”». Ibn Abī Ḥātim e Ibn Jarīr riferirono la stessa tradizione da Layth ibn Saʿd.
Al-Tirmidhī e al-Nasāʾī la riferirono entrambi da ʿAlī ibn Ḥujr, da Baqiyya, da Bujayr ibn Saʿd, da Khālid ibn Maʿdān, da Jubayr ibn Nufayr, da al-Nawwās ibn Simʿān. La catena di trasmissione è autentica, e Dio ne sa di più.
Mujāhid disse, a proposito di «Guidaci sulla retta via»: «La verità». Questa interpretazione è più comprensiva e non contraddice quelle precedenti. Ibn Abī Ḥātim e Ibn Jarīr riferirono da Abū al-ʿĀliya: «La retta via è il Profeta, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, e i due che vennero dopo di lui». ʿĀṣim disse: «Lo riferimmo ad al-Ḥasan, il quale disse: “Abū al-ʿĀliya ha detto il vero e ha dato un consiglio sincero”».
Tutte queste interpretazioni sono corrette e concordano fra loro: chi segue il Profeta, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, e prende a modello i due che vennero dopo di lui, Abū Bakr e ʿUmar, segue la verità; chi segue la verità segue l’Islam; chi segue l’Islam segue il Corano, che è il Libro di Dio, la Sua solida corda e la Sua retta via. Tutte queste interpretazioni sono quindi corrette e si confermano a vicenda. Lode a Dio!
Al-Ṭabarānī riferì: «Muḥammad ibn al-Faḍl al-Saqaṭī ci ha raccontato; Ibrāhīm ibn Mahdī al-Muṣīṣī ci ha raccontato; Yaḥyā ibn Zakariyyā ibn Abī Zāʾida ci ha raccontato, da al-Aʿmash, da Abū Wāʾil, da ʿAbd Allāh, il quale disse: “La retta via è quella sulla quale ci ha lasciati il Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace”».
Per questo l’imām Abū Jaʿfar ibn Jarīr, che Dio abbia misericordia di lui, disse: «L’interpretazione di questo versetto che ritengo più corretta, cioè “Guidaci sulla retta via”, è che significhi: concedici di restare saldi in ciò che hai approvato e al quale hai guidato coloro fra i Tuoi servi che hai colmato di grazia, nelle parole e nelle opere. Questa è la retta via.
Chi riceve da Dio la guida accordata a coloro che Egli ha colmato di grazia — i profeti, i veritieri, i martiri e i virtuosi — è stato guidato all’Islam, alla conferma dei Messaggeri, all’adesione al Libro, alla pratica di ciò che Dio gli ha ordinato, all’astensione da ciò che gli ha vietato e al seguire il cammino del Profeta, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, quello dei quattro califfi e quello di ogni servo virtuoso. Tutto ciò fa parte della retta via».
Se si obietta: «Perché il credente chiede di essere guidato in ogni momento, durante la preghiera e fuori di essa, pur essendo già guidato? Non è forse una richiesta di ciò che già possiede?», la risposta è no. Se il servo non avesse bisogno, notte e giorno, di chiedere la guida, Dio non lo avrebbe indirizzato a farlo. In ogni ora e condizione il servo ha bisogno di Dio, l’Altissimo, perché lo renda saldo nella guida, lo radichi in essa, gli dia discernimento, gliela accresca e lo aiuti a perseverarvi.
Il servo non dispone per sé di alcun beneficio né danno, se non per ciò che Dio vuole. Perciò l’Altissimo lo ha guidato a chiederGli in ogni momento sostegno, fermezza e successo. Beato colui al quale Dio concede di rivolgerGli tale richiesta: Egli si è impegnato a rispondere a chi Lo invoca, in particolare a chi è in difficoltà, ha bisogno di Lui e dipende da Lui in ogni momento della notte e del giorno. L’Altissimo ha detto: «O voi che credete, credete in Dio, nel Suo Messaggero, nel Libro che ha fatto scendere sul Suo Messaggero e nel Libro che ha fatto scendere prima» (Corano 4:136).
Egli ha ordinato ai credenti di credere: non si tratta di chiedere ciò che è già acquisito, poiché si intende la fermezza, la continuità e la perseveranza nelle opere che rendono possibile tutto ciò. E Dio ne sa di più.
L’Altissimo ha inoltre ordinato ai Suoi servi credenti di dire: «Signore nostro, non sviare i nostri cuori dopo che ci hai guidati, e concedici misericordia da parte Tua. In verità, Tu sei il Donatore» (Corano 3:8). Abū Bakr, che Dio sia soddisfatto di lui, recitava sottovoce questo versetto nella terza rakʿa della preghiera del tramonto, dopo al-Fātiḥa. Il significato delle parole «Guidaci sulla retta via» è dunque: «Mantienici su di essa e non farci deviare verso un’altra».
Il bisogno dei suoi fratelli credenti è espresso dalle parole «Guidaci». Si è già citata la tradizione secondo cui, quando il servo dice «Guidaci sulla retta via» fino alla fine della sura, Dio dice: «Questo è per il Mio servo, e al Mio servo spetta ciò che ha chiesto».
Le parole «la via di coloro che hai colmato di grazia» spiegano la retta via e, secondo i grammatici, sono un appositivo che la sostituisce; è anche possibile considerarle un’apposizione esplicativa. Coloro che Dio ha colmato di grazia sono menzionati nella sura delle Donne, quando l’Altissimo dice: «Chi obbedisce a Dio e al Messaggero sarà con coloro che Dio ha colmato di grazia: i profeti, i veritieri, i martiri e i virtuosi. E quanto sono eccellenti come compagni! Questo è il favore di Dio, e Dio è sufficiente come conoscitore» (Corano 4:69-70).
Al-Ḍaḥḥāk riferì da Ibn ʿAbbās: «La via di coloro che hai colmato di grazia con l’obbedienza e il culto resi a Te: i Tuoi angeli, i Tuoi profeti, i veritieri, i martiri e i virtuosi». Ciò corrisponde alle parole del nostro Signore: «Chi obbedisce a Dio e al Messaggero sarà con coloro che Dio ha colmato di grazia», fino alla fine del versetto. Al-Rabīʿ ibn Anas riferì da Abū Jaʿfar che si tratta dei profeti. Ibn Jurayj riferì da Ibn ʿAbbās che sono i credenti; lo stesso disse Mujāhid.
Wakīʿ disse che sono i musulmani. ʿAbd al-Raḥmān ibn Zayd ibn Aslam disse che sono il Profeta, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, e coloro che erano con lui. L’interpretazione più ampia, riferita da Ibn ʿAbbās, è la più comprensiva, e Dio ne sa di più.
Le parole dell’Altissimo «non di coloro che sono incorsi nell’ira, né degli sviati» significano: guidaci sulla retta via, la via di coloro che hai colmato di grazia, dei quali sono state descritte le qualità: sono persone guidate, rette, obbedienti a Dio e ai Suoi Messaggeri, che osservano i Suoi ordini e si astengono dai Suoi divieti e dalle Sue proibizioni. Non la via di coloro che sono incorsi nell’ira, la cui volontà si è corrotta: hanno conosciuto la verità e se ne sono allontanati; né la via degli sviati, che sono privi di conoscenza e vagano nel traviamento, incapaci di trovare la verità.
La negazione è rafforzata dalla particella «né», a indicare l’esistenza di due percorsi corrotti: le vie degli ebrei e dei cristiani.
Alcuni grammatici hanno sostenuto che qui «non» abbia valore di eccezione; in tal caso l’eccezione sarebbe separata, poiché coloro che sono incorsi nell’ira vengono esclusi da quelli colmati di grazia, dei quali non fanno parte. La spiegazione che abbiamo dato è preferibile, come mostra il verso del poeta: «Sembra tu sia uno dei cammelli dei Banū Aqīsh, che fa risuonare ai suoi piedi un otre». Il senso è: «Sembri un cammello dei cammelli dei Banū Aqīsh»; il sostantivo qualificato è stato omesso e si è usato soltanto l’aggettivo.
Allo stesso modo, «non di coloro che sono incorsi nell’ira» significa «non della via di coloro che sono incorsi nell’ira»: il complemento retto è stato usato al posto del sostantivo sottinteso, che è indicato dal contesto, cioè «Guidaci sulla retta via, la via di coloro che hai colmato di grazia». Poi l’Altissimo dice: «non di coloro che sono incorsi nell’ira».
Alcuni hanno sostenuto che la particella «né» in «né degli sviati» sia superflua e che il senso sia «non di coloro che sono incorsi nell’ira e degli sviati». A sostegno citano il verso di al-ʿAjjāj: «In un pozzo lā ḥawr camminò senza accorgersene», intendendo «in un pozzo ḥawr». La spiegazione corretta è invece quella esposta sopra. Per questo Abū ʿUbayd al-Qāsim ibn Sallām riferì nel suo libro Faḍāʾil al-Qurʾān, da Abū Muʿāwiya, da al-Aʿmash, da Ibrāhīm, da al-Aswad, da ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, che Dio sia soddisfatto di lui, che egli recitava: «non di coloro che sono incorsi nell’ira e non degli sviati».
La catena di trasmissione è autentica, ma si intende che lo disse come spiegazione. Ciò conferma quanto abbiamo detto: la particella è stata introdotta per rafforzare la negazione e distinguere le due vie, affinché entrambe siano evitate. La via dei credenti comprende la conoscenza della verità e la sua pratica; gli ebrei sono venuti meno alla pratica, mentre i cristiani sono venuti meno alla conoscenza. Perciò l’ira è associata agli ebrei e il traviamento ai cristiani: chi conosce la verità e l’abbandona merita l’ira, a differenza di chi non la conosce.
I cristiani intendevano raggiungere qualcosa, ma non ne conoscevano la via, perché non si sono rivolti alla fonte corretta, cioè seguire il vero Messaggero, e così si sono smarriti. Ebrei e cristiani sono entrambi sviati e oggetto d’ira, ma l’ira caratterizza in modo particolare gli ebrei e il traviamento i cristiani. Le tradizioni e i detti trasmessi concordano con ciò.
L’imām Aḥmad disse: «Muḥammad ibn Jaʿfar ci ha raccontato; Shuʿba ci ha raccontato, dicendo: ho sentito Simāk ibn Ḥarb, che disse: ho sentito ʿAbbād ibn Ḥubaysh riferire da ʿAdī ibn Ḥātim: “Un reparto di cavalleria del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, arrivò e prese mia zia e alcune altre persone. Quando furono condotti davanti al Messaggero di Dio, furono allineati al suo cospetto. Mia zia disse: ‘O Messaggero di Dio, il mio protettore è lontano, la mia famiglia è scomparsa e sono una vecchia donna, incapace di servire.
Fammi dunque una cortesia: Dio ti ricompenserà con una cortesia’. Egli disse: ‘Chi è il tuo protettore?’. Lei rispose: ‘ʿAdī ibn Ḥātim’. Egli disse: ‘Quello che è fuggito da Dio e dal Suo Messaggero?’. Poi le fece la cortesia.
Quando se ne andò, un uomo accanto a lui, che sembrava essere ʿAlī, gli disse: ‘Chiedigli una cavalcatura’. Lei gliela chiese ed egli gliela fece dare. Quando venne da me, disse: ‘Ha fatto qualcosa che tuo padre non avrebbe fatto. Tale e tal altro venne da lui e ricevette qualcosa; poi un altro venne da lui e ricevette qualcosa’.
Andai da lui e lo trovai con una donna e dei bambini, o un bambino, che erano vicini al Profeta. Capii allora che non era un re come Cosroe o Cesare. Egli disse: ‘O ʿAdī, che cosa ti impedisce di dire: “Non c’è divinità all’infuori di Dio”? Vi è forse un’altra divinità oltre a Dio?’.
Disse: ‘Che cosa ti impedisce di dire: “Dio è il più grande”? Vi è forse qualcosa più grande di Dio, potente ed elevato?’. Allora abbracciai l’Islam e vidi il suo volto illuminarsi di gioia. Egli disse: ‘Coloro che sono incorsi nell’ira sono gli ebrei, e gli sviati sono i cristiani’”.
La tradizione prosegue». Al-Tirmidhī la riferì da Simāk ibn Ḥarb e disse: «È una tradizione buona e singolare; non la conosciamo se non attraverso la sua trasmissione».
Dico: Ḥammād ibn Salama riferì da Simāk, da Murayy ibn Qaṭarī, da ʿAdī ibn Ḥātim, il quale disse: «Chiesi al Messaggero di Dio riguardo alle parole dell’Altissimo “non di coloro che sono incorsi nell’ira”. Egli disse: “Sono gli ebrei”; e riguardo a “né degli sviati”, disse: “I cristiani sono gli sviati”». Lo riferì anche Sufyān ibn ʿUyayna, da Ismāʿīl ibn Abī Khālid, da al-Shaʿbī, da ʿAdī ibn Ḥātim. Questa tradizione è stata trasmessa da diverse catene e con numerose formulazioni, la cui menzione richiederebbe troppo spazio.
ʿAbd al-Razzāq riferì: «Maʿmar ci ha informato, da Budayl al-ʿUqaylī, che ʿAbd Allāh ibn Shaqīq gli riferì che qualcuno, il quale aveva sentito il Profeta, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, nella valle di al-Qurā mentre era a cavallo, gli raccontò che un uomo dei Banū al-Qayn gli chiese: “O Messaggero di Dio, chi sono costoro?”. Egli rispose: “Coloro che sono incorsi nell’ira”, indicando gli ebrei, “e gli sviati sono i cristiani”». Al-Jurayrī, ʿUrwa e Khālid al-Ḥadhdhāʾ riferirono la stessa tradizione da ʿAbd Allāh ibn Shaqīq, omettendo il nome di chi aveva udito il Profeta.
Nella versione di ʿUrwa è nominato ʿAbd Allāh ibn ʿUmar; e Dio ne sa di più. Ibn Mardawayh riferì da Ibrāhīm ibn Ṭahmān, da Budayl ibn Maysara, da ʿAbd Allāh ibn Shaqīq, da Abū Dharr, il quale disse: «Chiesi al Messaggero di Dio chi fossero coloro che erano incorsi nell’ira. Egli rispose: “Gli ebrei”. Chiesi chi fossero gli sviati. Disse: “I cristiani”».
Al-Suddī riferì da Abū Mālik e Abū Ṣāliḥ, da Ibn ʿAbbās; da Murra al-Hamdānī, da Ibn Masʿūd; e da alcune persone fra i Compagni del Profeta, che Dio lo benedica e gli conceda la pace: «Coloro che sono incorsi nell’ira sono gli ebrei e gli sviati sono i cristiani». Al-Ḍaḥḥāk e Ibn Jurayj riferirono da Ibn ʿAbbās la stessa interpretazione; così dissero anche al-Rabīʿ ibn Anas, ʿAbd al-Raḥmān ibn Zayd ibn Aslam e altri. Ibn Abī Ḥātim disse: «Non conosco divergenze fra gli esegeti su questo punto».
A conferma di quanto affermano questi imām — che gli ebrei sono incorsi nell’ira e i cristiani sono sviati — vi è la tradizione menzionata sopra e il detto dell’Altissimo rivolto ai Figli di Israele nella sura al-Baqara: «Che pessimo affare hanno concluso per le loro anime: rinnegare ciò che Dio ha fatto scendere, per invidia del fatto che Dio, dalla Sua grazia, lo facesse scendere su chi vuole fra i Suoi servi! Così si sono attirati ira su ira. E per i miscredenti vi sarà un castigo umiliante» (Corano 2:90). Nella sura al-Māʾida Egli dice: «Vuoi che ti annunci una ricompensa peggiore di questa presso Dio?
Coloro che Dio ha maledetto e contro i quali Si è adirato, che ha trasformato in scimmie e porci e che hanno adorato ṭāghūt: essi occupano il posto peggiore e sono i più lontani dalla retta via» (Corano 5:60). E dice: «Coloro che fra i Figli d’Israele hanno miscreduto furono maledetti per bocca di Davide e di Gesù, figlio di Maria. Ciò avvenne perché disobbedivano e trasgredivano. Non si proibivano a vicenda ciò che era riprovevole e facevano: quanto era detestabile ciò che facevano!» (Corano 5:78-79).
Nella Sīra si riferisce, a proposito di Zayd ibn ʿAmr ibn Nufayl, che quando lui e alcuni suoi compagni si recarono in Siria in cerca della religione autentica, gli ebrei gli dissero: «Non potrai entrare nella nostra religione finché non prenderai la tua parte dell’ira di Dio». Egli rispose: «È proprio dall’ira di Dio che fuggo». I cristiani gli dissero: «Non potrai entrare nella nostra religione finché non prenderai la tua parte del malcontento di Dio». Egli rispose: «Non posso farlo».
Rimase quindi fedele alla sua natura originaria, si tenne lontano dall’adorazione degli idoli e dalla religione degli associatori e non aderì né agli ebrei né ai cristiani. I suoi compagni, invece, si convertirono al cristianesimo e vi entrarono, poiché allora lo trovarono più vicino alla verità rispetto alla religione degli ebrei. Fra loro vi era Waraqa ibn Nawfal. Quando Dio lo guidò attraverso il Suo Profeta, dopo che questi fu inviato, Waraqa credette nella rivelazione che aveva ricevuto. Dio sia soddisfatto di lui.
Questione: secondo la posizione corretta degli studiosi, si tollera l’imprecisione nel distinguere tra ḍād e ẓāʾ, data la vicinanza dei loro punti di articolazione. La ḍād si articola all’inizio del margine della lingua e nella zona dei molari adiacente; la ẓāʾ si articola con la punta della lingua contro gli estremi degli incisivi superiori. Entrambe sono consonanti sonore, fricative ed enfatiche. Per tutti questi motivi si tollera che chi non riesce a distinguerle usi l’una al posto dell’altra.
E Dio ne sa di più. Quanto alla tradizione «Sono il più eloquente di coloro che pronunciano la ḍād», non ha fondamento, e Dio ne sa di più.
Conclusione: questa nobile sura, composta di sette versetti, racchiude la lode, la glorificazione e l’elogio di Dio attraverso la menzione dei Suoi nomi più belli, che implicano i Suoi attributi sublimi; menziona la vita futura, cioè il Giorno del Giudizio; guida i Suoi servi a invocarLo e supplicarLo, a rinunciare a ogni forza e potere propri, a dedicare a Lui solo il culto e ad affermare la Sua unicità nella divinità, glorioso ed elevato Egli sia, dichiarandoLo esente dall’avere soci, pari o simili.
Li guida inoltre a chiederGli di essere indirizzati sulla retta via, la religione retta, e di essere resi saldi su di essa, finché giungano così ad attraversare la via fisica nel Giorno della Resurrezione, che li condurrà ai Giardini della beatitudine, accanto ai profeti, ai veritieri, ai martiri e ai virtuosi. La sura esorta alle opere virtuose, affinché nel Giorno della Resurrezione si sia con coloro che le hanno compiute, e mette in guardia dai sentieri della falsità, affinché in quel Giorno non si sia radunati con chi li ha percorsi: coloro che sono incorsi nell’ira e gli sviati.
Quanto è bello che, nelle parole dell’Altissimo «la via di coloro che hai colmato di grazia», il conferimento della grazia sia attribuito a Dio, mentre nelle parole «non di coloro che sono incorsi nell’ira» non venga menzionato chi si è adirato, benché in realtà sia Lui il soggetto, come dice l’Altissimo: «Non hai forse visto coloro che si sono alleati con gente contro la quale Dio Si è adirato?» (Corano 58:14).
Allo stesso modo il traviamento è attribuito a chi ne è colpito, sebbene sia Dio, secondo il Suo decreto, a lasciarli smarrire, come dice l’Altissimo: «Chi Dio guida è ben guidato; e per chi Egli lascia smarrire non troverai alcun protettore che lo conduca sulla retta via» (Corano 18:17), e: «Chi Dio lascia smarrire non avrà alcuna guida, ed Egli li lascia brancolare nella loro ribellione» (Corano 7:186), oltre agli altri versetti che mostrano che solo Lui dispone della guida e del traviamento.
Ciò contraddice quanto sostengono i qadariyya e i loro seguaci, secondo i quali i servi scelgono e compiono da sé queste cose. Per sostenere la loro innovazione interpretativa, essi si appellano a versetti ambigui e tralasciano quelli che confutano esplicitamente la loro tesi. Questa è la condizione degli sviati e dei ribelli.
Nella tradizione autentica è stato trasmesso: «Quando vedrete coloro che seguono ciò che in esso è ambiguo, quelli sono coloro che Dio ha designato; guardatevi da loro», con riferimento alle parole dell’Altissimo: «Quanto a coloro che hanno una deviazione nel cuore, seguono ciò che in esso è ambiguo» (Corano 3:7). Lode a Dio: nessun innovatore trova nel Corano una prova valida, poiché il Corano è stato rivelato per distinguere la verità dalla falsità e separare la guida dal traviamento. In esso non vi sono contraddizioni né discordanza, poiché proviene da Dio, il Saggio, il Degno di lode.
È raccomandato a chi recita al-Fātiḥa dire al termine «Āmīn». Si può pronunciare anche «Amīn», con vocale breve; il significato è: «O Dio, esaudisci». A dimostrarlo vi è quanto riferirono l’imām Aḥmad, Abū Dāwūd e al-Tirmidhī da Wāʾil ibn Ḥujr, il quale disse: «Sentii il Profeta recitare “non di coloro che sono incorsi nell’ira, né degli sviati” e dire “Āmīn”, prolungandone la voce». Secondo la versione di Abū Dāwūd, alzò la voce; al-Tirmidhī disse: «È una tradizione buona».
È stato trasmesso anche da ʿAlī, Ibn Masʿūd e altri. Abū Hurayra disse: «Quando il Messaggero di Dio recitava “non di coloro che sono incorsi nell’ira, né degli sviati”, diceva “Āmīn”, tanto che lo udiva chi gli stava vicino nella prima fila». Lo riferirono Abū Dāwūd e Ibn Mājah, il quale aggiunse: «Il suono riecheggiava nella moschea». Anche al-Dāraquṭnī lo riferì e disse: «La catena di trasmissione è buona».
Da Bilāl è stato tramandato che disse: «O Messaggero di Dio, non precedermi nel dire Āmīn». Lo riferì Abū Dāwūd.
Abū Naṣr al-Qushayrī riferì da al-Ḥasan e Jaʿfar al-Ṣādiq che essi raddoppiavano la mīm di «Āmīn», come nella locuzione «Āmīn al-Bayt al-Ḥarām». I nostri maestri e altri hanno detto che è raccomandato pronunciarlo sia fuori dalla preghiera sia durante di essa, e la raccomandazione è ancora più forte per chi prega, sia da solo, sia come imām, sia seguendo un imām, in ogni circostanza.
A questo proposito, nei due Ṣaḥīḥ, da Abū Hurayra, che Dio sia soddisfatto di lui, il Messaggero di Dio disse: «Quando l’imām dice Āmīn, ditelo anche voi: chi pronuncia Āmīn contemporaneamente agli angeli si vedrà perdonati i peccati precedenti». Muslim riferì che il Messaggero di Dio disse: «Quando uno di voi dice Āmīn nella preghiera e gli angeli in cielo dicono Āmīn, se l’una coincide con l’altra, gli saranno perdonati i peccati precedenti». In Ṣaḥīḥ Muslim, da Abū Mūsā, attribuito al Profeta, si legge: «Quando egli, cioè l’imām, dirà “né degli sviati”, dite “Āmīn”: Dio vi risponderà».
Juwabir riferì da al-Ḍaḥḥāk, da Ibn ʿAbbās, il quale disse: «Chiesi: “O Messaggero di Dio, che cosa significa Āmīn?”. Egli rispose: “Signore, fa’ che avvenga”». Al-Jawharī disse che significa: «Così sia». Al-Tirmidhī disse: «Significa: non deludere la nostra speranza».
La maggioranza disse: «Significa: O Dio, esaudiscici». Al-Qurṭubī riferì da Mujāhid, Jaʿfar al-Ṣādiq e Hilāl ibn Kaysān che Āmīn è uno dei nomi di Dio, l’Altissimo. È stato attribuito a Ibn ʿAbbās un detto del Profeta in tal senso, ma non è autentico, come disse Abū Bakr ibn al-ʿArabī al-Mālikī.
I seguaci di Mālik dissero che l’imām non pronuncia Āmīn, mentre lo pronuncia chi prega dietro di lui, sulla base della tradizione riferita da Mālik, da Sumayy, da Abū Ṣāliḥ, da Abū Hurayra: il Messaggero di Dio disse: «Quando egli, cioè l’imām, dice “né degli sviati”, dite “Āmīn”», e il resto della tradizione. Si richiamarono anche alla tradizione di Abū Mūsā: «Quando recita “né degli sviati”, dite “Āmīn”».
Abbiamo già citato la tradizione concordemente ritenuta autentica: «Quando l’imām dice Āmīn, ditelo anche voi», e il fatto che il Profeta, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, diceva Āmīn dopo aver recitato «non di coloro che sono incorsi nell’ira, né degli sviati».
Fra i nostri maestri vi è divergenza sul fatto che chi prega dietro l’imām debba pronunciare Āmīn ad alta voce nelle preghiere recitate ad alta voce. In sintesi: se l’imām dimentica di dire Āmīn, chi prega dietro di lui lo dice ad alta voce, senza divergenze. Se l’imām lo pronuncia ad alta voce, secondo la posizione più recente chi gli sta dietro non lo pronuncia ad alta voce; questa è anche la posizione di Abū Ḥanīfa e una delle due tradizioni riferite da Mālik, poiché si tratta di una formula di ricordo e non va pronunciata ad alta voce, come le altre formule della preghiera.
Secondo la posizione più antica, invece, chi prega dietro l’imām lo pronuncia ad alta voce: questa è la posizione dell’imām Aḥmad ibn Ḥanbal e l’altra tradizione riferita da Mālik, come già menzionato: «finché il suono riecheggi nella moschea». Vi è anche una terza opinione: se la moschea è piccola, chi prega dietro l’imām non lo dice ad alta voce, perché si sente la recitazione dell’imām; se è grande, lo dice ad alta voce, così che la formula raggiunga chi si trova nelle diverse parti della moschea. E Dio ne sa di più.
L’imām Aḥmad riferì nel suo Musnad da ʿĀʾisha, che Dio sia soddisfatto di lei, che in presenza del Messaggero di Dio furono menzionati gli ebrei ed egli disse: «Non ci invidiano per nulla come ci invidiano per il venerdì, che Dio ci ha concesso mentre loro lo hanno mancato; per la qibla, verso la quale Dio ci ha guidati mentre loro si sono smarriti; e per il nostro dire Āmīn dietro l’imām». Ibn Mājah lo riferì con questa formulazione: «Gli ebrei non vi hanno invidiato per nulla quanto vi hanno invidiato per il saluto di pace e per il dire Āmīn».
Ibn Mājah riferì anche da Ibn ʿAbbās che il Messaggero di Dio disse: «Gli ebrei non vi hanno invidiato per nulla quanto vi hanno invidiato per il vostro dire Āmīn: ditelo dunque spesso». Nella catena di trasmissione vi è Ṭalḥa ibn ʿAmr, che è debole.
Ibn Mardawayh riferì da Abū Hurayra che il Messaggero di Dio disse: «Āmīn è il sigillo del Signore dei mondi posto sui Suoi servi credenti». Da Anas è stato tramandato che il Messaggero di Dio disse: «Mi è stato concesso Āmīn nella preghiera e nella supplica, cosa che non era stata concessa a nessuno prima di me, salvo forse a Mosè: Mosè supplicava e Aronne diceva Āmīn. Concludete dunque le suppliche con Āmīn, poiché Dio le esaudirà».
Dico: alcuni hanno tratto da questo versetto nobile un’indicazione a sostegno della loro posizione, cioè dalle parole dell’Altissimo: «Mosè disse: “Signore nostro, Tu hai dato a Faraone e ai suoi notabili ornamenti e ricchezze nella vita terrena. Signore nostro, essi sviano dalla Tua via. Signore nostro, cancella le loro ricchezze e rendi duri i loro cuori, affinché non credano finché non vedranno il castigo doloroso”. Disse: “La vostra supplica è stata esaudita: siate retti e non seguite la via di coloro che non sanno”» (Corano 10:88-89).
La supplica è attribuita a Mosè solo, ma il contesto indica che Aronne disse Āmīn; per questo è considerato come uno che avesse supplicato, secondo le parole dell’Altissimo: «La vostra supplica è stata esaudita». Ciò dimostra che chi dice Āmīn a una supplica è come se l’avesse pronunciata lui stesso. Per questo alcuni hanno sostenuto che chi prega dietro l’imām non recita la Fātiḥa, poiché il suo Āmīn in risposta alla recitazione della Fātiḥa equivale alla recitazione stessa. A questo proposito è stata riferita la tradizione: «Chi ha un imām, la recitazione dell’imām è la sua recitazione».
Bilāl diceva: «Non precedermi nel dire Āmīn». Questo ragionamento è stato usato per sostenere che chi prega dietro l’imām non deve recitare durante la preghiera recitata ad alta voce. E Dio ne sa di più.
Per questo Ibn Mardawayh disse: «Aḥmad ibn al-Ḥasan ci ha raccontato; ʿAbd Allāh ibn Muḥammad ibn Salām ci ha raccontato; Isḥāq ibn Ibrāhīm ci ha raccontato; Jarīr ci ha raccontato, da Layth ibn Abī Sulaym, da Kaʿb, da Abū Hurayra, il quale disse: il Messaggero di Dio disse: “Quando l’imām recita ‘non di coloro che sono incorsi nell’ira, né degli sviati’ e dice Āmīn, se l’Āmīn degli abitanti della terra coincide con l’Āmīn degli abitanti del cielo, Dio perdona al servo i suoi peccati precedenti.
Chi non dice Āmīn è come un uomo che partecipò a una spedizione insieme a un gruppo di persone: si estrassero a sorte i nomi, furono assegnate le quote, ma la sua non uscì. Egli disse: ‘Perché non è uscita la mia quota?’. Gli risposero: ‘Perché non hai detto Āmīn’”».
Tafsīr di al-Baghawī
A proposito delle parole dell’Altissimo «Guidaci sulla retta via»: «Guidaci» significa: indicaci la via. ʿAlī e Ubayy ibn Kaʿb dissero: «Rendici saldi», come si dice a chi è in piedi: «Resta in piedi finché non torno da te», cioè: «Continua a essere come sei». Questa supplica dei credenti, benché siano già guidati, significa chiedere fermezza e chiedere un ulteriore accrescimento della guida; infatti, secondo la dottrina della Gente della Sunna, i favori sottili e la guida concessi da Dio, l’Altissimo, non hanno fine.
«La via»: la forma sirāṭ con sīn è stata riferita da Uways, da Yaʿqūb, ed è la forma originaria. È detta ṣirāṭ perché inghiotte [in senso figurato: conduce lungo di sé] chi la percorre. Si legge anche con zāy; Ḥamza la recitava con un suono intermedio fra ṣād e zāy. Sono tutte forme linguistiche corrette; la preferenza va alla ṣād per la maggior parte dei recitatori, in conformità alla grafia del muṣḥaf.
Quanto alla «retta via», Ibn ʿAbbās e Jābir, che Dio sia soddisfatto di entrambi, dissero: «È l’Islam», e questa è anche l’opinione di Muqātil. Ibn Masʿūd, che Dio sia soddisfatto di lui, disse: «È il Corano». Da ʿAlī, che Dio sia soddisfatto di lui, è stata riferita dal Profeta la frase: «La retta via è il Libro di Dio». Saʿīd ibn Jubayr, che Dio sia soddisfatto di lui, disse: «È la via del Paradiso».
Sahl ibn ʿAbd Allāh disse: «È la via della Sunna e della comunità». Bakr ibn ʿAbd Allāh al-Muzanī disse: «È la via del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace». Abū al-ʿĀliya e al-Ḥasan dissero: «È il Messaggero di Dio, la sua famiglia e i suoi due Compagni». In origine, nella lingua, significa la via chiara.
A proposito delle parole «la via di coloro che hai colmato di grazia»: cioè coloro ai quali hai concesso la Tua benevolenza con la guida e il successo. ʿIkrima disse: «Hai concesso loro la Tua benevolenza rendendoli saldi nella fede e retti: sono i profeti, pace su di loro». È stato detto che sono tutti coloro che Dio ha reso saldi nella fede, fra i profeti e i credenti, menzionati dall’Altissimo nelle parole: «Essi saranno con coloro che Dio ha colmato di grazia fra i profeti» (Corano 4:69). Ibn ʿAbbās disse: «Sono la gente di Mosè e di Gesù, pace su entrambi, prima che cambiassero la loro religione».
ʿAbd al-Raḥmān ibn Zayd disse: «Sono il Profeta, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, e coloro che erano con lui». Abū al-ʿĀliya disse: «Sono la famiglia del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, Abū Bakr e ʿUmar, che Dio sia soddisfatto di entrambi, e la sua famiglia». Shahr ibn Ḥawshab disse: «Sono i Compagni del Messaggero di Dio e la sua famiglia».
Ḥamza leggeva «ʿalayhim», «ladayhim» e «ilayhim» con la hāʾ vocalizzata con ḍamma. Yaʿqūb pronuncia con ḍamma ogni hāʾ preceduta da yāʾ quiescente nei duali e nei plurali, eccetto le parole «fra le loro mani e i loro piedi». Gli altri leggono entrambe le forme con kasra. Chi pronuncia la hāʾ con ḍamma la riconduce alla forma originaria, poiché quando è isolata è con ḍamma; chi la pronuncia con kasra lo fa per la yāʾ quiescente, e la kasra è affine alla yāʾ.
Ibn Kathīr e Abū Jaʿfar pronunciano con allungamento tutte le mīm del plurale durante la continuazione della recitazione, quando non sono seguite da una consonante quiescente; se sono seguite da una consonante quiescente, non le allungano. Nāfiʿ lascia scegliere, mentre Warsh le pronuncia con ḍamma davanti alla hamza di separazione. Quando segue una hamza di legamento, se la hāʾ è preceduta da una kasra o da una yāʾ quiescente, Ḥamza e al-Kisāʾī pronunciano con ḍamma la hāʾ e la mīm; Abū ʿAmr le pronuncia entrambe con kasra, e così anche Yaʿqūb quando ciò che precede è con kasra.
Gli altri leggono in tutti i casi la mīm con ḍamma e la hāʾ con kasra, per la yāʾ o per la kasra precedente, mentre la mīm è con ḍamma secondo la forma originaria.
L’Altissimo dice: «non di coloro che sono incorsi nell’ira»: cioè non della via di coloro contro i quali sei adirato. L’ira consiste nel volere vendetta contro i disobbedienti. L’ira di Dio, l’Altissimo, non colpisce i credenti disobbedienti: colpisce soltanto i miscredenti. «Né degli sviati» significa: né di coloro che si sono allontanati dalla guida.
Il significato originario del termine ḍalāl è perire e scomparire; si dice: «L’acqua si è smarrita nel latte», quando è scomparsa e si è perduta. Qui «ghayr» ha il senso di «no», e «lā» quello di «diverso da»; perciò è consentito coordinarli, come quando si dice: «Tizio non è né benefico né gentile». Quando invece ghayr significa «al di fuori di», non è consentito coordinarlo con lā; non è corretto dire: «Ho presso di me qualcuno oltre a ʿAbd Allāh e non Zayd».
ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, che Dio sia soddisfatto di lui, recitava: «la via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che sono incorsi nell’ira e non degli sviati».
È stato detto che coloro che sono incorsi nell’ira sono gli ebrei e gli sviati sono i cristiani: Dio ha giudicato gli ebrei meritevoli d’ira dicendo «coloro che Dio ha maledetto e contro i quali Si è adirato» (Corano 5:60), e ha giudicato i cristiani sviati dicendo: «Non seguite le passioni di gente che si è sviata già prima» (Corano 5:77). Sahl ibn ʿAbd Allāh disse: «Non di coloro che sono incorsi nell’ira a causa dell’innovazione, né degli sviati lontano dalla Sunna».
È Sunna, per chi recita, dire «Āmīn» dopo aver terminato la recitazione di al-Fātiḥa, separandolo da essa con una breve pausa. La parola si pronuncia con mīm leggera; secondo i grammatici è possibile anche prolungarla oppure accorciarla. Il suo significato è: «O Dio, ascolta ed esaudisci». Ibn ʿAbbās e Qatāda dissero: «Significa: così sia».
Mujāhid disse: «È uno dei nomi di Dio, l’Altissimo». È stato detto che è il sigillo della supplica; ed è stato detto che è il sigillo di Dio sui Suoi servi, mediante il quale li protegge dalle calamità, come il sigillo di una lettera la protegge dal deterioramento e impedisce che il suo contenuto venga rivelato.
L’imām Abū ʿAlī al-Ḥusayn ibn Muḥammad al-Qāḍī e Abū Ḥāmid Aḥmad ibn ʿAbd Allāh al-Ṣāliḥī ci hanno informato; dissero: Abū Bakr Aḥmad ibn Ḥasan al-Ḥayrī ci ha informato; Abū ʿAlī Muḥammad ibn Aḥmad ibn Muḥammad ibn Maʿqil al-Maydānī ci ha raccontato; Muḥammad ibn Yaḥyā ci ha raccontato; ʿAbd al-Razzāq ci ha raccontato, da Maʿmar, da al-Zuhrī, da Ibn al-Musayyib, da Abū Hurayra, che Dio sia soddisfatto di lui, il quale riferì che il Profeta, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Quando l’imām dice “non di coloro che sono incorsi nell’ira, né degli sviati”, dite “Āmīn”: gli angeli dicono Āmīn e l’imām dice Āmīn.
Chi pronuncia Āmīn contemporaneamente agli angeli si vedrà perdonati i peccati precedenti».»
Nel Ṣaḥīḥ Muslim (n. 395) si tramanda da Abū Hurayra che Dio disse: «Ho diviso la preghiera fra Me e il Mio servo in due metà… Quando il servo dice: “Guidaci sulla retta via…”, Dio risponde: “Questo è per il Mio servo, e al Mio servo spetta ciò che ha chiesto!”»